Augusto Santocchi

Ascoltare il passato con gli occhi

Roma, il mausoleo di Monte del grano

di Adelmo Sidoli

 

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Monte del Grano a Piazza dei Tribuni, 31 (Roma)

In una società umana infrangere un tabù è considerata cosa ripugnante e degna di biasimo da parte della comunità. James Frazer nel suo Il ramo d’oro ha studiato i diversi tipi di tabù in varie civiltà ed epoche: tabù di azioni, tabù di persone, tabù di oggetti, tabù di parole. Non esistono tabù universali, cioè presenti in tutte le società, ma alcuni si ritrovano nella maggior parte di esse. L’incesto è ritenuto un tabù universale, ma è considerato una virtù nella religione zoroastriana, almeno tra cugini, ed è attestato come prassi comune nell’Antico Egitto e nella dinastia Sassanide. I tabù possono avere varie funzioni e spesso avviene che rimangano in effetto anche quando i motivi originali che li avevano ispirati non sussistono più. Per questo motivo alcuni sostengono che i tabù aiutano a scoprire la storia di una società quando non ci sono altri documenti a testimoniarla. Sigmund Freud ha dato un contributo all’analisi dell’influenza dei tabù sul comportamento umano, mettendo l’accento sulla forte componente motivazionale inconscia che porta a considerare necessaria una certa proibizione. Escludendo due casi recenti, i Tabù confetti alla liquirizia prodotti dalla Perfetti e Tabù-La vera storia dei sopravvissuti delle Ande, un libro di Piers Paul Read del 1974, possiamo dire che nella storia troviamo il maggior numero di tabù, forme ormai cristallizzate nel tempo che ci impediscono di vedere i fatti e gli uomini con un occhio diverso da quello comunemente accettato. Infrangerli non è mai facile, perché ci si oppone alla storiografia ufficiale che, pur cosciente che la storia viene scritta dai vincitori, si schiera compatta a difesa di verità ormai accettate e quindi intoccabili. E’ per tale atteggiamento che gli storici ci presentano un Caligola schizofrenico, un Elagabalo vizioso oltre ogni limite imposto dal pudore, un Diocleziano assetato di sangue, un Marco Aurelio saggio come tutti i filosofi e un Costantino prototipo di un santo. E’ un atteggiamento che non si discosta molto dai racconti fantasiosi della Historia Augusta, una raccolta di biografie degli imperatori risalenti al IV secolo. La critica storica ha dovuto demolire, per prima cosa, la Historia Augusta, dimostrandone l’inattendibilità, ma il danno era fatto e ancora oggi è difficile uscire dai cliché in cui sono ingessati certi personaggi che hanno avuto a che fare con la storia. In questo caso, la parola esatta è stereotipo, dal greco stereos (solido, rigido) e typos (impronta, immagine, gruppo), quindi immagine rigida, fissa, prevedibile, un’opinione non necessariamente vera, talora acuta, che può essere utilizzata in modo corretto come punto di partenza per un pensiero critico o essere pronunciata come rappresentazione di una verità inconfutabile o derivare dalla saggezza popolare. In questo rientra il caso in esame, un esempio lampante di come un concetto sia diffuso e ricorra determinandone l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità, ma non la realtà di fondo.

Siti archeologici

Giovanni Battista Piranesi

Il Monte del grano è tra i più grandi mausolei di Roma, ovvero le tombe a tumulo costruite per accogliere le spoglie degli imperatori, dei loro famigliari o di personaggi che per la loro personalità o più spesso per la megalomania dovuta alle ricchezze accumulate, potevano permettersi di costruire questa tombe monumentali. Gli esempi sono parecchi; la Mole Adriana, meglio nota come Castel Sant’Angelo, il Mausoleo di Augusto, quello di Agrippa sulla via Nomentana, la Berretta del prete, all’VIII miglio della via Appia antica, la scomparsa Casa Tonda, situata nell’odierna piazza Vittorio, il Mausoleo di Cecilia Metella, al III miglio dell’Appia antica, il limitrofo Casal Rotondo, al VI miglio, il Mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomentana, il Mausoleo di Elena sulla Labicana, a Torpignattara, il Mausoleo di Gallieno, al IX miglio dell’Appia antica, La Celsa, in località Saxa Rubra, sulla via Flaminia, il Mausoleo di Lucilio Peto sulla via Salaria, il Mausoleo onoriano, eretto vicino all’antica basilica di San Pietro in Vaticano e demolito nel XVI secolo, il torrione Prenestino al I miglio della via Prenestina, il Mausoleo dei Gordiani, sempre sulla via Prenestina, il Mausoleo di Casal Bernocchi sulla via Ostiense. Fuori Roma, sono da ricordare il tumulo di Sempronio Atratino e il Mausoleo di Munazio Planco, entrambi a Gaeta. Il Mausoleo di Monte del grano era costruito come una costruzione semi-sotterranea a blocchi di pietra, ricoperta da una collina artificiale sormontata da vegetazione, sull’esempio dei mausolei etruschi e poi romano-imperiali e i sigilli dei bolli laterizi indicano che fu costruito nel II secolo, in epoca adrianea. Un tempo faceva parte di una vasta necropoli in una zona suburbana. Attualmente ha l’aspetto di una collinetta di circa dodici metri di altezza, abbandonata e un po’ nascosta dai palazzi moderni che l’hanno circondata.
Il nome Monte del Grano, secondo tutti gli studiosi, deriva probabilmente dalla corruzione dell’antico nome modius grani (moggio di grano), dovuto alla forma che aveva assunto la collinetta dopo l’asportazione dei blocchi di travertino, asportazione avvenuta nel 1387, per ricavarne calce bonam et congruam. Fu opera di Nicolò Valentini, uno dei tre nobili veneziani che, durante il giubileo del 1350, offrirono alla basilica di San Pietro una tavola di cristallo laminata in argento, per custodire la reliquia del sudario del volto di Cristo. Il nome Monte del grano era divenuto comune già nel 1386, come risulta da alcuni documenti conservati nell’Archivio Storico Capitolino. Il mausoleo faceva parte della tenuta chiamata Casale delle Forme (le forme erano gli archi degli acquedotti presenti in zona Tuscolana). Il mausoleo è anche definito come Monte di Onorio, Monte di Nori o ancora lo Montone del Grano e apparteneva alla Chiesa dei ss. Bonifacio e Alessio, ricevuto in dono, con altri beni terreni, da papa Onorio II quando, nel 1217, la fece ricostruire in latifundium quod vocabatur Quadrarium seu de Quadraro, extra Porta s. Iohannis in monte Honorii, come riportato nel Regesto di sant’Alessio all’Aventino. La leggenda popolare parla di un monte di grano trasformato per punizione divina in terra, perché raccolto di domenica, giorno dedicato al riposo. Il monumento si trova al Quadraro e il riferimento al grano è legato alla toponomastica del quartiere, dedicata a personaggi legati al mondo agricolo; via Cerere, via Cincinnato, via Diana, via Maia, via Columella, via degli Arvali ecc. Nel maggio del 1582, un certo Fabrizio Lezaro estrasse dal suo interno un imponente sarcofago, sormontato da due nobili personaggi distesi, identificati con Severo Alessandro e sua madre Giulia Mamea. Il sarcofago è decorato con scene del mito di Achille a Sciro, ed è sormontato con le figure dei due personaggi separati in vita, riuniti per l’eternità. Attualmente il sarcofago è conservato in una sala al pianoterra dei Musei Capitolini. Flaminio Vacca, nelle sue Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi di Roma (1594), ne descrive il ritrovamento con queste parole: Mi ricordo, fuori di Porta S. Gio[vanni] un miglio passati l’Acquedotti, dove si dice il Monte del Grano, vi era un gran massiccio antico fatto di scaglia; bastò l’animo ad un Cavatore di romperlo, ed entratovi dentro, calò giù tanto, che trovò un gran Pilo storiato con il Ratto delle Sabine, e sopra il coperchio vi erano due figure distinte con il Ritratto di Alessandro Severo e Giulia Mammea sua madre, dentro del quale vi erano delle ceneri; ed ora si trova nel Campidoglio in mezzo al Cortile del Palazzo de’ Conservatori.

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Interno del Mausoleo

All’interno del mausoleo si accede attraverso un corridoio lungo circa ventuno metri che si apre su una sala circolare di dieci metri di diametro, un tempo divisa in due piani. Vari studi mettono in dubbio l’attribuzione del Mausoleo ad Alessandro Severo, basandosi sui bolli laterizi che indicano che fu costruito nel II secolo, non nel III. A noi sembra strano che madre e figlio potessero essere raffigurati insieme, in un atteggiamento che, fin da epoca etrusca, rappresenta l’amore coniugale. Sarebbe questo il solo caso documentato, inaccettabile per il mondo romano estremamente conservatore in campo religioso, mentre avrebbe un senso se nella figura femminile fosse riconosciuta la moglie di Alessandro, Orbiana, figlia del prefetto al pretorio e proveniente da una famiglia patrizia. Nel 225, all’età di 16 anni, sposò l’imperatore, ricevendo il titolo Augusta. La sua famiglia trasse grande beneficio da tutto questo e il padre, Seio Sallustio, forse ricevette il titolo di Cesare. Alessandro, che aveva solo un anno più della sposa, aveva cominciato a regnare sotto la guida di sua madre, l’eminenza grigia del potere, così come era stato per le altre donne della famiglia dei Severi. Orbiana entrò ben presto in competizione con la suocera che, vedendo l’attrazione che la giovane suscitava nel figlio, temeva di perdere la sua autorità.

 Il sarcofago di Alessandro Severo

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Sarcofago di Alessandro Severo (Musei Capitolini)

Mamea non voleva condividere con nessuno il titolo Augusta che spettava alla nuora e nel 227, accusò Seio Sallustio di tramare contro l’imperatore. L’uomo venne messo a morte e Alessandro cercò di salvare sua moglie dalle conseguenze politiche di quell’accusa, ma era un debole. Pur amando sua moglie, cedette alla perfidia di sua madre e la ripudiò, mandandola in esilio in Libia. La donna non fu uccisa, ma non ne conosciamo la fine. La sete di potere di Giulia Mamea era veramente spaventosa, ma il carattere remissivo di Alessandro svela come i sentimenti possano essere sacrificati per l’ambizione sfrenata di una madre castrante.

Statua di Orbiana

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Sallustia Orbiana, moglie di Alessandro Severo (Museo del Louvre)

Orbiana doveva essere una donna splendida, ma commise l’errore di competere con la suocera e pagò perché non aveva una posizione solida. Era anche molto bella, altro aspetto che poteva aver suscitato l’invidia e la gelosia della suocera, come dimostra la statua, che la rappresenta come Venus Felix, conservata ai musei vaticani. Non sappiamo se la famiglia imperiale o quella di Orbiana fossero imparentati con i proprietari del mausoleo, o ne fossero gli eredi, ma i recenti studi di Erminio Paoletta hanno accertato che è stato sicuramente la tomba provvisoria dell’imperatore, prima della definitiva deposizione nel sub-Appenino irpino-dauno. L’epigrafe del Sarcofago dice che “l’accampamento di Magonza e Roma hanno i cenotafi, Eca Idea (Accadia) e Ruma (Romulea-Bisaccia) le salme”.

Figure recumbenti sul sarcofago

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Nella cripta della chiesetta di Santa Maria dei Teutoni in Accadia, è conservato un cippo cifrato e ornato che rappresenta tre busti: Alessandro Severo, la madre Giulia Mamea e la moglie Sallustia, che secondo una leggenda sarebbe sepolta qui. Quando si trattò di predisporre i luoghi per la sepoltura, Alessandro aveva riservato per se e per Orbiana la zona di Accadia, alla madre e ad altri familiari la zona di Bisaccia.
In questa breve digressione storico-topografica, ci sono alcune cose che non possono non colpire. Davvero il Monte del grano deve il suo nome alla vaga somiglianza con un covone? Ecco lo stereotipo, quel qualcosa che nel corso del tempo è diventata tradizionale, ma che nasconde, questa è la mia convinzione, una notizia che viene accettata acriticamente, tanto da essere riproposta sempre con gli stessi termini. Ho cercato, quindi, di demolire ogni sovrastruttura dovuta alla tradizione e di riportare ogni cosa nell’alveo del razionale. La prima cosa che deve colpire è il termine modius che troviamo nella mappa del 1547 di Eufrosino della Volpaia, l’altra è il termine grani. La traduzione letterale dal latino di modius è moggio di grano. Il moggio era usato per la misurazione dei cereali, ma più spesso come unità di misura del volume. Il Monte del grano, tuttavia, appare in altre mappe nella forma m. grani e quell’emme puntato lascia molto a pensare. Perché Eufrosino ha voluto definirlo modius e non semplicemente mons? Gli esempi che avvalorano una lettura mons grani sono numerosi e per alcuni facciamo riferimento alla Tabula Peutingeriana, una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero. Nel V segmento, corrispondente grosso modo all’Italia centrale, dopo Treblis (Trevi nel Lazio) la prima stazione è in monte Grani, e si pone sei miglia distante.

Fig. 4 – Tabula peutingeriana Parte VI

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Nella bolla di Gregorio IX dell’anno 1227, che conferma i privilegi del vescovo di Anagni, si dà appunto ad esso il nome di mons Grani et castri de Monte Grani ecclesias: dunque la stazione fu dove, dopo Filettino, si passa la falda di questo monte per discendere a valle Gradara ed ivi appunto coincidono le sei miglia da Trevi. Chiarito l’uso del termine mons nella Tabula e nelle epigrafi di epoca imperiale, il termine modius, nel tardo-latino del X-XI secolo, aveva assunto il significato di collinetta, montagnola, monticello o, come si dice a Roma, montarozzo. Era un diminutivo di mons, su questo non ci sono dubbi, ma qualcuno volle tradurlo modius = moggio, alterandone il significato. Il termine modius si usava per descrivere le colline artificiali create dall’accumulo di precedenti costruzioni demolite dall’uomo o distrutte da terremoti e/o incendi, col tempo venutesi a coprire di terra e vegetazione spontanea. Il termine, come abbiamo detto, non va confuso con mons, la cui corretta corrispondenza è con monte, collina, come abbiamo visto nella Tabula. Per spiegare la differenza, facciamo ricorso all’arabo che ha due termini, distinti tra loro, per indicare una collina, un piccolo monte. Per indicare una vera collina, l’arabo usa il termine jebal, come in Jebal Tariq, monte di Tariq, Gibilterra, mentre per definire una collinetta artificiale usa tell, parola che significa collina, come risultato dell’accumulo e della seguente erosione di materiali depositati dall’occupazione umana in lunghi periodi di tempo, che possiamo equiparare al nostro modius. E’ questo il casi dei siti archeologici di Tell Arqa e di Tell el-Amarna, la città fondata dal faraone Akhenaton come capitale delle Due Terre. A conferma di quanto detto, i Mirabilia urbis Romae del XII secolo, una sorta di guida da viaggio che serviva ai pellegrini che si recavano a Roma, sono rivelatori. Essi indicavano le parti che potevano attirare di più l’attenzione del fruitore e tra queste vi erano le opere pagane, ugualmente belle e interessanti. Nell’itinerario 29, de Exquilino monte, troviamo: in palatio Diocletiani quatuor templa fuere, Asclepii et Saturni, Martis et Apollinis, que (!) vocantur modii. Modius, senza ombra di dubbio, indicava la collinetta artificiale creatasi sui resti delle antiche rovine; il moggio non era contemplato. Senza appesantire la nostra argomentazione con esempi che evidenziano un’erudizione che non ho, mi limito a dire che secondo noi il modius grani non è altro che la collinetta artificiale che ricopriva il mausoleo di un Granio, un rappresentante di una gens ricca e potente nel II secolo.

Fig. 5 – Monte del grano. Veduta aerea

monte del grano veduta aerea

La gens Grania, di origine plebea, era originaria di Puteoli, Pozzuoli, come si evince da vari accenni presenti in Cicerone, Plutarco e Cesare. Alcuni suoi membri, durante il periodo repubblicano, raggiunsero il rango senatorio e sotto l’impero rivestirono cariche prestigiose nell’esercito o nelle province, come testimonia Tacito negli Annali, senza mai raggiungere il consolato. Ora facciamo un salto indietro nel tempo fino al 65, anno in cui l’imperatore era Nerone. Come riporta Tacito, un certo Q. Granio Silvano, tribuno di una delle coorti pretoriane, mostrò a Seneca l’ordine di esecuzione firmato da Nerone con l’accusa di cospirazione. Dopo il suicidio di Seneca, il cui sepolcro è limitrofo alla villa, Silvano ricevette, come ricompensa dei propri servigi, la villa dello scrittore, una delle più grandi e magnifiche da lui possedute. Giovenale la definisce grande villa con giardini e Tacito podere suburbano. L’estensione del fondo, in base a queste testimonianze, era notevole, mentre la villa si trovava sulla via Appia, in località Quarto Miglio. Granio Silvano non poté godere a lungo il dono di Nerone; infatti, si suicidò nel 66. Silvano potrebbe essere figlio di quel Q. Granius Labeo del quale possediamo una lapide rinvenuta al III miglio della via Appia e murata all’esterno del Mausoleo di Cecilia Metella. L’iscrizione ricorda un ufficiale di una legione dell’esercito romano. Forse era oriundo di Pozzuoli, sebbene non si possa stabilire con certezza, dal momento che a Roma i Grani erano numerosi. Questo ufficiale doveva godere di una certa disponibilità economica, che gli consentì di fruire di un sepolcro che doveva essere piuttosto cospicuo. L’epigrafe, in particolare, riveste un notevole interesse nell’attribuzione a un Granio del mausoleo di Monte del grano. Il Nibby, in Analisi storico topografico antiquario della carta dei dintorni di Roma, III, 544, riporta di aver rinvenuto nel luogo del cosiddetto sepolcro di Seneca, un frammento d’iscrizione … Grani m. f. tr. mil e crede che gli fosse eretto un sepolcro nelle adiacenze. I Granii crebbero in potenza e ricchezza, si diversificarono in vari rami, ma l’attività principale rimase il commercio del frumento che da loro prese il nome di grano. Ora parliamo di M. Granius Marcellus, proconsole della Bitinia e del Ponto nel 15, accusato di tradimento dal proprio questore. Fu accusato di lesa maestà per aver sistemato una sua statua più in alto di quella dei Cesari e per aver sostituito la testa di Tiberio a quella di Augusto su un’altra statua. Come risulta dai bolli laterizi, edificò la villa di San Giustino, presso Città di Castello, che in seguito fu acquistata da Plinio il Giovane. I proconsoli della Bitinia e Ponto erano di estrazione senatoria e per essere di quel rango, un individuo doveva essere figlio di un senatore. M. Granio Marcello, al suo ritorno a Roma fu processato per lesa maestà, un’accusa molto grave che comportava la condanna a morte e la confisca dei beni dell’imputato. Assolto dall’accusa di lesa maestà, fu condannato per malversazione. La condanna dovette comportare una pena pecuniaria tale da danneggiarne la carriera politica e il patrimonio. Dopo questi fatti, le proprietà dovettero passare nelle mani di suo figlio Marciano che, accusato a sua volta di lesa maestà, morì suicida nel 35 col tentativo di salvare il patrimonio. Plinio il Giovane potrebbe aver ereditato i possedimenti dalla nonna, Grania Marcella, figlia del senatore primo proprietario della villa. È molto verosimile che la villa sull’Appia sia stata reintegrata nelle proprietà dei Granii, forse per l’intermediazione di Plinio il Vecchio che, per le sue strette relazioni con l’imperatore Vespasiano, avrebbe potuto facilmente recuperare i possedimenti tolti ai Granii alcuni anni prima. Al tempo di Adriano, i Granii avevano raggiunto uno status notevole e non è improbabile che abbiano voluto costruirsi uno slendido mausoleo ove raccogliere le ceneri dei vari rappresentanti. Lo volle costruire, forse, quel M. Granius del quale abbiamo la base di una statua nel Foro Traiano, ma un altro possibile costruttore potrebbe essere Granius Serenus, legato di Adriano in Asia, noto per aver chiesto lumi sul comportamento da tenere nei confronti dei cristiani e delle accuse che venivano loro rivolte. Il mausoleo dei Granii potrebbe essere entrato a far parte dei beni imperiali in vari modi; legittima eredità, compravendita, lascito testamentario o confisca. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui venne scelto come tomba di Severo Alessandro prima della definitiva tumulazione in quel di Accadia che l’imperatore aveva predisposto per se e sua moglie.

Adelmo Sidoli

Bibliografia essenziale
Tacito – Annales, Torino, Utet, 1983
Scrittori della storia augusta, a cura di Paolo Soverini, 4 voll., Torino, Tea, 1993
Eusebio di Cesarea – Storia ecclesiastica, ed. Dehoniane, Roma, 1999
Eufrosino della Volpaia – Mappa della Campagna romana al tempo di Paolo III, 1547
Tabula peutingeriana, stampata nel 1591 ad Anversa da Johannes Moretus
Mirabilia urbis Romae, Maria Accame e Emy Dell’Oro (a cura di), Tivoli, 2004
Erminio Paoletta – Perché le segrete tombe imperiali ad Acca Idea e a Romulea? (origini di Roma, misteriosofia e primordi di culti cristiani attraverso il Sarcofago Capitolino di Alessandro Severo e Giulia Mamea, e i nuovi Cippi di Accadia e di Bisaccia), Laurenziana, Napoli 1987

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 26, 2020 da in Uncategorized.
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