Augusto Santocchi

Ascoltare il passato con gli occhi

Le superstizioni dei romani

Leggete e divertitevi, è un misto di italiano e dialetto, Adelmo Sidoli

 

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Le superstizioni dei romani

La superstizione è di natura irrazionale, ma può influire sul pensiero e la condotta di vita delle persone che la fanno propria. Ci si convince che gli eventi possano essere influenzati da particolari comportamenti e non c’è ragione che possa far pensare alla causalità delle cose. Le superstizioni hanno percorso i millenni e hanno interessato tutti i popoli antichi. La superstizione è un’azione in contrasto con la scienza, ma l’uomo, quando non arriva a comprendere le cose, diventa preda della superstizione, preferendo credere all’irrazionale. Il pensiero razionale ha portato l’uomo a indagare e svelare cose incredibili sull’universo, ma allo stesso tempo lo ha messo di fronte alla caducità delle cose umane, contro la quale non c’è razionalità che possa aiutare. Possiamo immaginare il perché la superstizione, senza l’apporto razionale della scienza, abbia trovato un terreno fertile nell’ignoranza e nell’arretratezza culturale. Il culto della paura è sempre stato alimentato dalle persone preposte a fare da intermediari tra l’uomo e la divinità, quindi la chiesa coi suoi sacerdoti e tra le tribù meno evolute gli stregoni che, facendo leva sull’ignoranza del popolo, riuscivano a ritagliarsi un ruolo importante e necessario nella società. Roma non poteva fare eccezione e tra anatemi e preti, pratiche di origine pagana e liturgie, credenze non più compatibili con la scienza, incertezze e pericoli, maghi e fattucchiere, si sviluppò una superstizione ricca e variegata, corredata da contromisure gestuali e di comportamento che merita di essere descritta. Saranno in molti a sorridere leggendo questi esempi, ma è indubbio che la superstizione è ancora viva e vegeta, radicata nei recessi del nostro inconscio. Per inciso, queste superstizioni hanno scandito i miei anni fino all’università. La mia più grossa battaglia è stata quella di dimostrare che erano cazzate, ma non ci sono mai riuscito completamente.

La superstizione riguardante la Bocca della verità è stata resa immortale ed esportata in tutto il mondo grazie al film Vacanze romane. Si dice che se uno mette la mano in bocca al mascherone quando ha detto una bugia, non riesce a tirarla via nemmeno “cor gammaùtte” (uno strumento chirurgico). Naturalmente non è vero, ma io, da piccolo, la mano non ce l’ho mai messa.

 

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Il malocchio era tra le tradizioni popolari più radicate e i romani avevano dei sistemi efficaci, se non infallibili, contro di esso. Per esserne immuni bastava portare addosso la mollica del pane, il sale, il pelo del tasso, l’acqua delle sette basiliche o i cornetti di corallo, specialmente se trovati per strada o che erano stati regalati. Quando qualcuno faceva il malocchio, bisognava recitare: «Malocchio nun ce possi e ttaràntola t’entri in culo» e fargli tanto di corna. Bisognava fare gli scongiuri anche quando qualcuno diceva: «Siete bianco e rosso, che Dio ve bbenedica! Che bell’aspetto che ciavete», perché poteva essere che lo dicesse per invidia.

Per vedere se si era rimasti vittime del malocchio, si prendeva un piatto con un po’ di acqua e si versavano tre o quattro gocce di olio; se l’olio si spandeva, non c’erano fatture, altrimenti era segno, com’è vero Dio, che il malocchio l’avevano fatto. Per evitarlo, quando ci si pettinava o si tagliavano i capelli, sui capelli che cadevano a terra, bisognava sputarci sopra tre volte oppure bisognava raccoglierli, buttarli nel cesso e pisciarci sopra. Se si voleva fare un fattura, bastava prendere un pedalino di quella persona, si metteva in un recipiente pieno d’acqua e si aspettava finché non erano “fraciche”. Quando cadeva a pezzi, la persona fatturata “stirava le zampe“.

Incontrare un gobbo era una fortuna, perché la giornata incominciava bene, incontrare una gobba era una jettatura. Al gobbo bisognava strofinargli la gobba, alla gobba si doveva sputare dietro. Contro la jettatura il rimedio sovrano, migliore delle corna, era una tastatina ai coglioni. Per avere la fortuna in casa, bisognava attaccare dietro alla porta i ferri da cavallo e non si doveva spazzare la casa nuova, perché si scacciava via la fortuna.

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Mentre si stava a tavola, non si dovevano incrociare le posate, non si doveva versare il sale perché “porta disgrazia e quando uno muore è condannato per sette anni in purgatorio“. A proposito delle tribolazioni di chi era in Purgatorio, la domenica non si deve mai fare il bucato, altrimenti l’anime del purgatorio soffrono. Ricordatevi che la festa non si deve nemmeno lavorare, perché la festa l’ha fatta il Signore per farci riposare. A dire il vero era Dio che si era riposato il settimo giorno, ma tant’è! L’uomo non ha voluto essere da meno e poi lo dice anche il proverbio: «Che cco’ llavoro de la festa, ce se veste er diavolo». A tavola non bisogna mai essere in 13, altrimenti entro l’anno, il più piccolo o un antro dei 13 muore. Quando uno era invitato, alla fine del pranzo non doveva piegare la salvietta, altrimenti in quella casa non sarebbe più tornato più e quando sulla tavola c’era la tovaglia, non si poteva fare nessun gioco, perché sulla tavola apparecchiata, i soldati si giocarono a dadi la veste di Cristo.

Se veniva a trovarvi una persona e non voleva mettersi a sedere, era sicuro che ce l’aveva con voi, mentre quando si faceva visita a qualcuno, non bisognava mai rimette la sedia a posto, altrimenti in quella casa non ci tornavi più. A proposito di visite, ricordatevi il proverbio: «Chi va in casa d’antri senz’èsse invitato, o è mmatto o spiritato».

Er vino non è come l’ojo che quando si sverza per tera o su la tovaja porta disgrazia. Er vino porta furtuna e che straccio de fortuna! Tant’è vero, che quanno se sversa su la tavola da pranzo tutti ce vanno a intigne le dita e ce se strufineno la faccia, la fronte, le labbra e lo bbaceno (il bacino). Quanno se va a beve all’osteria, quer goccétto che ce se sciacqueno i bicchieri, se butta su la tavola e mai per terra. Speciarmente da quanno er vino costa tanto caro!

Se si rompeva uno specchio erano cazzi, bisognava aspettarsi una disgrazia. Lo stesso valeva per l’olio, lo diceva anche il proverbio: «Ojo: si nun so’ ddisgrazie, so’ ccordojo». Posare le scarpe sul comò o sul tavolo, si sa, porta disgrazia. Se cadeva il sale, poco male, bastava prenderne un pizzico e buttarselo dietro alle spalle. Quando compariva una cométa, state pur certi che durante l’anno succedeva qualche cataclisma, una guerra, la carestia, il terremoto, l’alluvione, il colera, la peste o qualche altro diavolo “che se li porti tutti quanti allo sprofondo!”

 

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Tutti sapevano che la Casa della Madonna di Loreto fu portata in volo dagli angeli e che si reggeva per aria da sé, ma nessuno poteva assicurare che fosse vero, perché una volta che una gran signora ci volle provare, rimase cieca. Mia madre giurava che era vero e non rimase cieca, anzi, raccontava che i frati passassero una corda intorno alla casa per dimostrare che fosse ancora sospesa. Mia madre era la stessa che vedeva l’aratro della SS. Trinità sospesa sul burrone. Non aveva le traveggole, ma la fece cieca, scusate l’ironia dell’aggettivo, le faceva vedere cose che nessun altro ha mai veduto e noi ci andavamo di mezzo. La nostra giornata era scandita dalle superstizioni. Nella Santa Casa c’era pure la sacra scodella, dove “ce magnava er pancotto Gesù da regazzino“, che se uno dentro ci strofinava una corona, quella corona rimaneva talmente benedetta che chi l’indossava non aveva più paura di niente, scongiurava da ogni sorta di pericoli, da cadute, da temporali, da malattie, ecc. Insomma faceva miracoli a ripetizione.

La pace in famiglia, (il dogma di mia madre era “pace dentro, guerra fuori“), era la cosa più importante per un vero romano e la superstizione ne scandiva le giornate. Si cominciava da ragazzi e si proseguiva per tutta la vita. Si voleva sapere in anticipo se una ragazza avrebbe trovato un fidanzato, fatto un buon matrimonio, avuto dei figli e possibilmente di che sesso? Nessun problema, la superstizione regnava sovrana. Poi c’erano i litigi a rendere difficile la vita famigliare, le corna, la fortuna, le malattie e la morte. Per ognuna di esse esisteva una prassi da seguire e un rimedio sicuro.

Mentre scopate casa, state bene attenti a nun scopà i piedi de le zitelle e delle vedove, altrimenti quelle poveracce rischiano de nun pijà’ o nun trovà marito, e le vedovelle de non rifacce cavallo. Acciocché quando se fa l’amore vada tutto bene con l’innamorato, e nun succedano pettegolezzi, gelosie e baruffe, bisogna annà da quarche fattucchiera e fasse preparà una certa calamìta, che nun sanno preparalla altro che loro e che in amore porta tanta fortuna.

I romani, a differenza dei napoletani, non avevano un numero per ogni tipo di sogno. Erano prosaici e si limitavano a dire che sognare pesce, merda, fichi, acqua torbida, era segno di guadagno. Sognare una serpe, voleva dire maldicenza; frati, preti, maschere o donne erano indice di facce finte. Sognare che cadevano i denti, voleva dire morte di parenti. Sognare l’oro, era segno di angustie, l’argento segno di piacere. Acqua chiara e uva bianca erano segni di lacrime. Polli, uccelli o penne, preannunciavano pene sicure. Sognare le uova era segno di chiacchiere e pettegolezzi. Sognare che cadevano i capelli, era segno di un gran dispiacere. Sognare Madonne o chiese, era segno di malattia, ecc., ecc. Quando cadeva qualcosa di mano o si aveva il singhiozzo, era segno che si era desiderati da qualche persona, così come erano desiderate quelle ragazze/donne a cui si scioglieva la veste o il zinale.

Il popolino è sempre vissuto nella miseria, senza un soldo in tasca e l’unica speranza di poter guadagnare qualcosa era il gioco del lotto. Anticamente, per indovinare un buon terno, si saliva in ginocchio (sempre di notte) la scalinata dell’Ara coeli recitando Deprofùndis, Avemmarie e raccomandandosi ai re magi, ribattezzati alla romana Gaspero, Bardassare e Marchionne. Da quello che si vedeva e si sentiva si ricavavano i numeri e si vinceva di sicuro. Se l’Ara coeli era fuori mano, basta recarsi a San Lorenzo, prendere un po’ di quella terra che stava accanto alla croce e riempirci un vaso grande o un cassettone. Fatto questo, si dovevano piantare 90 chicchi di grano e mettere su ognuno uno stecchino coi numeri da 1 a 90. I primi tre numeri dove spuntavano le prime tre piantine, erano quelli vincenti. Naturalmente molti erano gli indizi che potevano aiutare chi giocava al lotto. Se durante la settimana le stelle stavano accanto alla luna, i numeri che il sabato sarebbero usciti erano sicuramente bassi, se le stelle non c’erano era il contrario. I giudei, per esempio, giocavano per lo più numeri bassi e della stessa decina, tant’è vero che quando usciva una combinazione sotto a la trentina, a Roma si diceva che al Ghetto c’era festa grande. Per avere la certezza che i numeri scelti erano buoni, bastava metterli la notte sotto al cuscino e se si sognava un sogno che corrispondeva esattamente a quei numeri, era sicuro che sarebbero usciti. Tutto questo andazzo, tuttavia, non sempre riusciva a far uscire un terno: ci voleva quello che a Roma si è sempre chiamato culo. Per avere fortuna nel gioco del lotto bisognava portare in tasca, o in saccoccia, il trifoglio o due denti legati con un filo di seta cruda inzuppata di bava di lumaca. In mancanza del trifoglio o dei due denti, niente paura, bastava un corno di vitello di bufala ammazzato al Ghetto o indossare una camiciola appartenuta a un giustiziato. Un altro modo sicuro per avere tre numeri buoni era questo. Ci si doveva recare da soli e di notte alla Marana di San Giorgio al Velabro, pregando per tutto il viaggio. Arrivati sotto all’arco di Giano, bisognava aspettare la mezzanotte e stare con i sensi all’erta. Se si sentiva, per esempio, un cane abbaiare, una civetta cantare, un somaro ragliare e così via, si ricavavano i numeri, si giocavano e il sabato era quasi sempre fatta.

Molti segni accompagnavano la giornata superstiziosa del romano. Quando prudeva il palmo della mano destra, era segno che arrivavano soldi, allora era meglio chiuderla a mettere la mano in tasca. Se invece prudeva il palmo sinistro, bisognava soffiarci sopra, perché era segno che i soldi si dovevano dare. La mano era lo specchio della vita. Se la emme (M) che abbiamo in mezzo al palmo era marcata, significava morte precoce, mentre quelle pellette bianche che compaiono sulle unghie delle dita non erano altre che le bugie che si dicevano; a ogni bugia ne compariva una nuova. Pensare che ci ho creduto fino al periodo della prima comunione, mentre le altre erano pane quotidiano a casa mia.

A proposito di pruriti, quando prudeva il naso erano baci o schiaffi. Quando fu eletto papa Roncalli, tutti notarono quanto avesse le orecchie grosse e i romani gioirono, perché era noto che chi ha le orecchie piccole, ha vita corta, chi ce l’ha grosse vita lunga. Questo è il motivo per cui al compleanno di qualcuno gli si tirano le orecchie; è un augurio di lunga vita. Quando invece fischiano le orecchie: «Orecchia dritta, lingua trista; orecchia manca, lingua santa».

L’uva nera fa diventare le zinne grosse. Si ciavete fije femmine, quand’è er tempo dell’uva ch’è matura, fatejene fa de le bone magnate e vedrete che je cresceranno du’ belli zinnoni grossi e pórpósi.

I romani erano tra i pochi a sapere come vengono gli orzaioli. L’orzaroli viengheno co ’na facilità che nun ce se crede. Presempio: abbasta, che, in der mentre che magnate quarche cosa, una donna gravida ve guardi, perché ve venga subito un orzarolo.

Se uno incontrava per strada una creatura il giorno della cresima, era segno di buon augurio, perchè le creature appena cresimate portano fortuna. Dopo la funzione in chiesa, se montava in landò a due cavalli, e col compare o la commare, si andava a pranzo fôr de porta, e poi si andava a fare una scarozzata. Le creature accresimate hanno da stà a sede sur soffietto, co’ la loro brava fettuccia in fronte e la cannela in mano. Passata la festa, quela fettuccia che porta fortuna, s’aripone e se conserva pe’ ttutta la vita.

Quando cade un pezzo di pane per terra, bisogna raccoglierlo, baciarlo e se si è sporcato e non si può più mangiare, si butta nel fuoco. Le pagnotte non vanno mai messe sulla tavola a “panza pe ll’aria“, perché altrimenti piange la Madonna. La credenza che il pane rivoltato sulla tavola porti male nasce da un fatto storico. Si racconta che, nel XV secolo, i boia non fossero ben visti in Francia. L’avversione nei confronti degli esecutori delle condanne a morte raggiunse livelli drammatici quando tutti i fornai del regno iniziarono a rifiutare di vendere loro il pane che a quel tempo era l’alimento principale per i più poveri. Per evitare che tutti i boia del regno morissero di fame, Carlo VII ordinò che i fornai versassero una tassa in natura, composta da alcuni pezzi di pane, agli odiati aguzzini. I fornai dovettero obbedire, con la minaccia che se non l’avessero fatto, sarebbero finiti nelle mani dei boia. In segno di ribellione, il pane destinato loro veniva prodotto con gli ingredienti peggiori e gli scarti del forno. Per separarlo dalla merce da vendere, i pezzi destinati ai boia venivano messi capovolti e consegnati in questo modo in chiaro segno di disprezzo.

Gli spiriti ci sono davvero! Nonna, benedetta do’ riposa, mi raccontava che non solo ne aveva visti tanti, ma ciaveva pure parlato. Dice che ce n’era uno, vestito d’abate, che andava sempre a trovare, quando non c’era a casa il marito, una sua commare e je lasciava sempre i soldi sul comò. Quella commare di nonna, con quei soldi, ciaveva fatte un sacco di spesette per casa. S’era comprata sedie, comodini, un canterano, insomma un sacco di impicci, ma non doveva parlarne co n’anima viva! Lo spirito je s’era tanto raccomandato. Un giorno non poté tenersi il cecio in bocca e fu sputtanata per tutta la città.

di Adelmo Sidoli

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 16, 2020 da in Uncategorized.
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