Augusto Santocchi

Ascoltare il passato con gli occhi

Bassano Romano: Gli affreschi dell’Albani e del Domenichino a Palazzo Giustiniani, descritti da Monsignor Giuseppe Capecelatro

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Nel precedente articolo su Bassano, un tempo di Sutri e poi Romano, ho inserito una antica descrizione del suo territorio, in questo presenterò un documento inedito che ci porterà dentro il Palazzo Giustiniani-Odescalchi descrivendoci poeticamente gli affreschi esistenti in due delle tante stanze del piano nobile.

 

In una busta conservata nel fondo Odescalchi è presente un fascicolo che contiene un manoscritto di undici pagine ed ha per argomento: “Capecelatro Monsignor Giuseppe, descrizione poetica delle pitture del Palazzo Giustiniani”; sul detto è segnata la data “1670?”, un errore sicuramente, perché l’autore della poesia non era ancora nato. Inoltre un altro documento inerente lo stesso tema e che inserisco solo come immagine, la camicia che lo contiene, riporta la data del 1759.

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Allocutio ad eruditos

 

In questo foglio è stampata una “allocutio ad eruditos”, scritta per far conoscere ai dotti che nel palazzo di Bassano, in quegli anni dimora del principe don Andrea Giustiniani, avevano lavorato nel 1609 due pregevoli pittori, tra loro amici: Francesco Albani che affrescò nella pinacoteca, ispirandosi alle Metamorfosi di Ovidio, “la caduta di Fetonte” e Domenico Zampieri detto il Domenichino  che  invece dipinse “le leggende di Diana” in una piccola stanza dove in quegli anni dormiva il Principe.

Forse il giovane Giuseppe Capecelatro lesse questo documento e ne trasse ispirazione per scrivere il poemetto. Ora veniamo all’autore della poesia.

Capecelatro

Monsignor Giuseppe Capecelatro. Foto Wikipedia

 

 

Monsignor Giuseppe Capecelatro (1744-1836 ), intraprese gli studi universitari a Napoli sua città natale, avviato alla vita religiosa fu consacrato sacerdote nel 1766 e canonico nel 1770. Venuto a Roma per intraprendere  la carriera curiale studiò alla Sapienza (Sant’Ivo), qui l’11 maggio 1773 conseguì il dottorato in Utroque iure, in seguito ottenne l’impiego di referendario delle due segnature dei brevi, quindi quello di avvocato concistoriale che si protrasse fino alla nomina di arcivescovo di Taranto (1778). Durante la sua permanenza a Roma sicuramente ebbe contatti con gli ambienti culturali e nobiliari romani ed è di questi anni la traduzione italiana, in versi sdruccioli, della “Bucolica di P. Virgilio Nasone” (Napoli 1775). Sempre durante la sua permanenza a Roma, ritengo abbia conosciuto don Leonardo Benedetto Giustiniani, allora principe di Bassano.

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Bassano Romano, Palazzo Giustiniani-Odescalchi. Stemma dei Giustiniani. Affresco nella sala detta dei Cesari

 

Tramite questo sicuramente andò a Bassano e visitò il Palazzo dove, ispirato dalle stupende pitture presenti nelle stanze, scrisse il poemetto che dedicò al Principe don Leonardo. Il testo è in versi endecasillabi sciolti e descrive quelle due stanze di cui parlava la “Allocutio ad eruditos”. La poesia è divisa in due parti: la prima descrive gli affreschi eseguiti dall’Albani, la seconda quelli del Domenichino. La lettura di questa, per essere apprezzata e valorizzata andrebbe fatta sul posto a ”Mirar immagin pinte”. Purtroppo, almeno per ora, visitare questo Palazzo non è facile, auguriamoci lo sia al più presto e per questo, entro il 31 maggio 2016, vi invito a fare una segnalazione al nostro Governo inviando una mail a: Bellezza@governo.it evidenziando il recupero e l’apertura di questo splendido Palazzo Giustiniani-Odescalchi di Bassano Romano. Grazie e ai prossimi inediti su Bassano Romano.

 

 

 

Trascrizione

 A Sua Eccellenza il Signor Principe D. Leonardo Benedetto Giustiniani.

Descrizione della galleria del Palazzo di Bassano, pitture dell’Albani: La caduta di Fetonte.

 

Qual mi destan stupor queste ch’io miro                         

D’animator pennello immagin pinte,

No! Che pinte non sono: esse son vive,

Veggo l’anima in lor: Mira Fetonte

Che paga il fio del temerario ardire.

Mira come dal carro rovesciato

Dal fulmine di Giove in giù col capo

Francesco Albani (1578-1660). Foto Wikipedia.

Francesco Albani (1578-1660). Foto Wikipedia.

A braccia stese, e coll’aperta bocca

Con i lumi stravolti in giù ruina.

Lo spavento, e il dolor gli è pinto in viso.

I sfrenati destrier senza l’auriga

Van vagando pel ciel, uscendo fuori

Dall’assegnata lor faccia celeste.

In alto sta l’Onnipotente Giove

Scuotendo in mano il fulmine tremendo

Punitor de’ malvaggi, e tutta in volta

Ha la maestà dipinta. Al piè gli giace

L’aligera Ministra, che di orrende

Folgori un fascio negli artigli ha sempre

Gli siede accanto la sorella, e moglie

Di sua possenza altera,ed ha il superbo

Pavone al fianco, ed Iri all’altro lato.

Tutti i Numi a consiglio uniti stanno

Attoniti al fragor dell’alta sfera

Galleria Albani

Francesco Albani, la “Caduta di Fetonte”. Foto di Domenico Vittorini.

Ed il turbato corso di natura.

Accigliato Saturno il guardo ha fisso

Nel fulminato giovane cadente,

E come immitator della severa

Riggida antichità sembra, che approvi

Il castigo che soffre. Accanto a lui

V’è la figlia di Giove, e ha l’elmo in testa

E l’asta in mano. Colle Grazie accanto,

Cole colombe al piè Venere siegue,

Che tutta intenta a carezzar Cupido

Delle disgrazie altrui cura non prende,

E dell’ispido fabbro suo consorte

Sulla sinistra spalla appoggia un braccio.

Siegue Esculapio in gran pensiero assorto

Quasi volesse al giovane fratello

Colla medica man porgere salute.

Coronato di pampini rimira

Il figliol di Semele; E par non prenda

Cura del fatto, e serba allegro il viso,

Che ravviva il liquore dall’uva asperso.

Mira attonito Apollo afflitto, e mesto

Rimirando il cader del figlio amato

E se stesso condanna, che non seppe

Opporsi a suoi desiri, affidar volle,

nell’inesperta man l’ignar destrieri,

Gli siede accanto colla clava […]

particolare Galleria Albani

Francesco Albani, la “Caduta di Fetonte” , Zeus. Foto di Domenico Vittorini.

Così copre il cuoi del leone.

Mira dall’altra parte affumicato e nero

Col biforcuto ferro uscir Plutone

Dalla magion d’Averno, e il suo germano

Il Dio del mar che il gran tridente inalza

Scuoditor della terra. In Giove fisso

Tiene lo sguardo il Messagger del Nume

Quasi che penda dal suo cenno, e ha l’ali

Sulla testa spiegate, e sulla spalla

Il fatal caduceo tiene appoggiato.

Siegue dall’armi il formidabil Nume

Che non badando quel, che accade in cielo

I lumi ha fissi nell’opposta parte.

La Citerea si asside. Alfin rimira

La cacciatrice Vergine di Delo

E la turrita Berecintia madre

Che stan pietose a rimirar dolenti

Del misero garzon l’alta caduta.

Mentre tai cose nell’empirea volta

Accadono dal ciel, mira d’intorno

Le dipinte pareti, e vedrai quelloIMGP6928

Che accadrà sulla terra. Allonda fresca

Che sgorgando da un sasso in giù ruina

L’arse fauci disseta un fauno irsuto.

Mira il padre Eridan cinto di canne

Che nella cristallina onda, che versa

Dall’urna rovesciata, il fulminato

Giovane attende. La canuta barba,

Le bianche ciglia, le pietose luci

Ha in lui rivolte, e par che senta in cor

Pietà di lui. Le tre Sorelle afflitte

D’aspro duolo atteggiate, in riva al fiume,

L’etra di grida, e di lamenti il cielo

Assordano piangendo, e s’empie un vaso

Dalle lacrime lor. Evvi l’amico

Ligure già dal duol converso in cigno

Che batte l’ali per l’affanno, e stride.

Mira Cerere là piangente afflitta

Per l’arse biade e i desolati campi.

Mira dall’onda uscir le tre sirene

Che attonite in rimirar l’alta caduta

Sospendon l’armonia da cavi busi

E le musiche note incantatrici.

Tratta è da due delfini all’altro lato

La Regina del mar l’onda s’allegra,

Che bagna il suo bel piè, le fan corteggio

Cimodoce, e Nesea che stanle al fianco,IMGP6923

Due genietti aligeri le vanno

Svolazzando sul capo, e dal suo manto

Che dal vento all’aura s’erge,

Nuotando va delle Nereidi il coro.

Attonito al fragor, che s’ode in cielo

Sulla marina Conca esce Nettuno

Euna Diva del mar gli siede accanto.

Gli atterriti destrier mal regge il freno

Del Dio del mar, e van disordinati

Per l’ampio pian vagando. L’Etna rimira

Che colle fiamme sue dall’arso cielo

Accrese il fuoco, e sotto a lui nel mare

Scilla e Cariddi a naviganti rimpasta

Ch’escon dall’antri a rimirar la luce.

Mira nel fondo alfin dell’ampia sala

Sopra auro leggio Verità seduta

Ad adornarsi intenta: Ella non curaIMGP6922

Né dell’Etna il fragor, né lo spavento

De servi suoi, chi rovesciato a terra,

Chi riguardante a bocca aperta il cielo,

Ella consulta il fido specchio, in mano

Di preziose margherite ha un vezzo

Onde fregiarne il biondo crine, e il collo,

E il seminudo braccio. In aura anella

Gli attorce il crine la fida ancella avvolto

Nel caldo acciaio, e languidetta in viso

Di sua bellezza sol par che s’appaghi.

Principessa gentil che meco ammiri

Nell’avita magion opra si grande

Dal pennel dell’Albani. Ah fuggi ah fuggi

L’esempio di costei negletta inculta

Sempre tu bella sei, sempre fai scorno

A quante pinte ha qui vaghe figure

L’animatrice man. Pur non è questo

Il tuo preggio maggior. L’anima grandeIMGP6920

Che nutri in seno, e la virtù più rare

Che ti adornano il cuor; queste ti fanno

D’ogni eloggio maggior. Non posson queste

Dal pennello ritrarsi, a dir tuoi preggi

E al Vate sol, non al Pittor concesse

Dunque dirre….. Ma tu ti sdegni meco

E modesto rossor ti adombra il viso

Non adirarti io taccio: e sol ricevi

Dal grato cuor d’un inesperto vate

Questo,che or offre a te scarso tibuto.

 

Fine

 

Le pitture celebri di Bassano descritte da Monsignor Giuseppe Capecelatro

 

Seconda parte

 

Le gesta di Diana

 

Mentre in estasi assorto, e pien dell’alte

Idee, che il grande Alban mi pinse in mente

Ritraggo il piè dalla diletta sala

Che a contemplar vò spesso, in altra stanza

Un spettacol novel mi soffre al guardo.

Se il soggetto primier m’empie d’orrore,

Di spavento, e pietà, quest’altro invece

D’inusitata gioia il cor mi colora.

Il morbido pennello, e delicato

Del gran Domenichin rifugge ogni opra

Domenico Zampieri detto Domenichino (1581-1641). Foto Wikimedia

Domenico Zampieri detto il Domenichino (1581-1641). Foto Wikimedia.

Che non spira piacer, che il cor non molce

Egli qui con la mano incantatrice

Le gesta pins della Dea di Delo

Sopra i gioghi di Cinto ecco Latona

Su d’uno scoglio assisa, altera e lieta

Per la gemina prole, e per aver

Data la luce all’universo. Assiste

Giove al gran parto tra le nubi assiso.

Scherzano i nati pargoletti in grembo

Alla loro genitrice: Il piccol Febo

Coronato di rai succhia una poppa,

E la piccola Cintia, avendo in fronte

La bicornuta insegna, al labbro un dito,

Del notturno silenzio amanti, appoggia.IMGP6905

Mira cresciuta poscia in altro loco

Sopra candida nube appar Diana.

Mira l’irsuto Pan, che la sua capra

Col ricurvo baston guida, e riceve

Dalla provvida Dea la bianca lana.

Mira all’altro lato all’onda frescha

Va a tuffarsi la Dea, nude le membra

Appajono celesti, e nude stanno

Le vergin compagne; eran sicure

Di non esser mirate.Ecco Atteone

Che nascosto le guata; Ecco la Dea

Se ne accorge, e si adira, e vergognosa,

Tra le socie si stringe, e si nasconde;

E ‘l misero Atteon, converso in cervo

Da suoi veltri è seguito. Ogni cantone

Domenichino LATONA

Domenico Zampieri detto il Domenichino, le “Storie di Diana”, Latona. Foto di Domenico Vittorini.

Della volta ha un aliger amorino

Che è già pronto a servir la Dea di Delo

Che si accinge alla caccia, un suona il corno

L’altro accarezza un can; l’altro ha la rete;

L’altro su dito un aguzzato strale

Prova che punge. Ahi misera Diana

Con tanti amori intorno io ben prevedo,

Che della caccia invece, altro diletto

Nel pudico tuo cor possa aver loco.

La tua verginità, che si gelosa,

Custodisti finor, misera, io piango.

Ecco ferita dallo stral d’amore

Suader ti miro del pastor di Latmo

Agli amplessi, ed ai baci; e la felice

Che non avesti testimon veruno

Delle tue debolezze, onde potesti

Serbar di casta, e di pudica il nome.

Ecco rimiro alfin la più bell’opera

Della pietosa Diva. All’ara innanzi

La verginella Efigenia vien trattaIMGP6908

Per oracol funesto, e già gli pende

Sopra il capo la scure: Il fier Calcante

Tien ritto in piè, la sacra tazza in mano,

Mesta la turba de’ congiunti, e amici

Dietro l’afflitta giovane, s’affolla,

Chi pel duolo si strappa il biondo crine,

Chi distese le braccia al ciel tenendo,

L’etra assorda di strida: altri nel cavo

Delle curvate palma asconde il viso,

Altri bagna di lagrime il canuto

Cuor dal mento, altri le spalle volge

Altri oppone il suo manto, onde non miri

Dell’infelice vergine lo scempio.

Ma non soffre il dolor di tanti afflittiIMGP6909

La pietosa Diana: Ella discende

Sopra candida nube, ed una cerva

Della vergine invece offrì all’altare.

E la salvata Efigenia destina

Per sua seguace, e sua ministra al tempio.

Documento in Archivio di Stato di Roma, Fondo Odescalchi.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 24, 2016 da in Uncategorized.
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