Augusto Santocchi

Ascoltare il passato con gli occhi

Roma, Mastro Titta e la Tarantella dei Giustiziati il 20 luglio 1841

Come ho già raccontato in un altro articolo, a volte mi è capitato di trovare tra le pagine di libri usati, acquistati nelle bancarelle, specialmente in quelle del mercato domenicale di Porta Portese, dei fogli piegati o cartoline o bigliettini. Questi oggetti li ho sempre conservati, perché li considero facenti parte del libro, non solo semplici segnapagine, ma interessanti e preziosi documenti come questo che vi propongo.

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Il documento è originale, l’autore che purtroppo non ha scritto il suo nome, racconta un fatto realmente accaduto a Roma il 20 luglio 1841 al quale sicuramente ha assistito. L’avvenimento viene descritto in forma poetica in rima baciata e come dice il titolo, cantata al ritmo di tarantella romana.

mastro titta

Il giorno 28 giugno 1840 nel rione di Campo Marzio, in via degli Uffici del Vicario, accadde un atto criminale: nel tentativo di derubare un orologiaio di nome Francesco, che il nostro autore chiama Ambrogio per la rima, il furto si trasformò in omicidio. Al fatto delittuoso parteciparono: Michelina Cimini, una filatrice originaria di Cagnano nel Regno di Napoli, il cognato Bernardino Carosi fu Vincenzo, detto Scelletta di anni 48 coniugato, si guadagnava da vivere come contadino e segatore di legnami ed era originario di un paese della provincia de L’Aquila; infine Domenico Recchiuti, figlio di Nicola, soprannominato Saponaro, non era sposato, nativo di Lama nella Provincia di Chieti, viveva a Roma facendo il cardatore di lana. Tutti e tre, giudicati per il reato di furto e omicidio premeditato, vennero condannati a morte per decapitazione, anche se a strozzare Caterina Iachizzi, moglie dell’orologiaio, incinta di sei mesi fu il Carosi. Il giorno 20 luglio 1841 sulla piazza di Ponte Sant’Angelo “Mastro Titta il boia di Roma” eseguì la condanna e come lui stesso racconta, confermando quanto scritto dal nostro poeta, ci fu ” gran tumulto popolare e feriti per cagione di alcuni ladri e borsaioli, ma essi morirono rassegnatissimi”. Con la mia fantasia ho immaginato questa tarantella letta o cantata dal grande Gigi Proietti.

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Trascrizione del documento:

Racconto storico dell’avvenimento del giorno 20 luglio 1841. Sulla piazza di Ponte Sant’Angelo in occasione della giustizia eseguita nelle persone di Michelina Carosi, Belardino Carosi, e Domenico Recchiuti.

Musa dammi tu arte e ingegno che cantar oggi disegno.

Narrar voglio i gran portenti accaduti il giorno Venti.

Mentre stava Mastro Titta sopra il Palco a mano dritta.

Con in mano avanti il brando,le tre teste accomodando.

Di Carosi e Michelina, di Recchiuti oh che rovina,

Chi creduto avrebbe mai tanti affanni tanti guai.

E di ciò fu la cagione un zio ladro birbaccione

Che rubar volea un Orologio a un tal di nome Ambrogio

Che avvedutosi del fatto lo ferisce tutto a un tratto

Qual fusse lo scompiglio lo spavento e il periglio

Musa tu m’ispiri in petto che formar ne vò un bozzetto

Chi fuggiva chi cascava chi per terra rotolava

Chi gridava chi piangeva, chi menava chi spingeva

Chi chiamava Caterina, Rosa Checca Clementina

Tata Menica Teresa, Hanna curri curri Agnesa

Chi battevasi la fronte di S.Angelo sul Ponte

Birri intanto pel sussurro fè sonar tosto il Tamburro

Per far sì che ogni Soldato non si fosse in ciò intrigato

Però molti di galoppo caricarono lo Schioppo

E talun che andar s’affretta colla Sciabla e bajonetta

Davan colpi a tutta possa nell’orribile Sommossa

Molti Preti e molti Frati furono tutti rovinati

Chi le Zandale cercava chi il mantello non trovava

Un Abate per tal caso non aveva più punta al naso

Senza Scarpe, né il Cappello

Fuggiva questo e, fuggiva quello

Chi il Vestito aveva strappato chi correva insanguinato

Chi cercava gli orecchini chi le fibie e li quattrini

I Dragoni ed i Gendarmi, tutti pronti e tutti in Armi

Li passaro alla gola lo Squadrone, e la Pistola

Nella mischia pure quella graziosissima Modella,

Peppe, Giacomo e Giovanni non trovarono li panni

E fra gli altri si Sentia dove sei tu Mamma mia

Figlio mio dove Starai chi sa più se mi Vedrai

Credo mai non si sia Visto si crudele acciaccapisto

Una Donna grassa e grossa cascò in terra a testa bassa

E fu l’atto così serio che si vide il chiappistorio

Ed un tal senza cappello diede il grugno sopra a quello

Ed intanto il qual Sussurro più che mai battè il Tamburro

Dei Gendarmi da Cavallo cadde in terra un Maresciallo

Un Pompiere all’improvviso un bastone c’ebbe in viso

Un Ebreo Ricco del Ghetto si perdè d’oro un pacchetto

E gridava scompigliato mor de Voi Son Rovinato

Una turba di Paini che fuggivano Tapini

Per entrare dentro un Portone cadder tutti a pecorone.

E fu tale il precipizio che parea il giorno del giudizio

Chi cascava, chi menava, Chi cazzotti in petto dava

Chi gridava chi correva Chi una falda sola aveva

Chi faceva all’altro insulto nel bollore del tumulto,

Chi con grida chiama e fischia nel frangente della mischia

Quando poi parea cessato quel Sussurro inaspettato

Si vedevano li cappelli li bastoni, e bastoncelli

Delle donne i cappelletti dei preti i frajoletti

Qua, e là sparsi e acciaccati rotti sdruci impolverati

Fazzoletti, veli, e scialli Rossi, neri, verde e gialli

Delle scarpe non vi dico dei Gisbus non m’intrico

Le gran paja a numerare e finisco da cantare.

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Bibliografia: Mastro Titta il boia di Roma, memorie di un carnefice scritte da lui stesso, Milano 1981.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 29, 2014 da in Uncategorized.
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