Augusto Santocchi

Ascoltare il passato con gli occhi

Sant’Odolone visita il monastero di Sant’Elia.

 

Italiano: Basilica di Sant'Elia, a Castel Sant...

Italiano: Basilica di Sant’Elia, a Castel Sant’Elia, in provincia di Viterbo. (Photo credit: Wikipedia)

 

Qualche giorno fa per ricrearmi un pò sono stato a Nepi e da lì sono andato a Castel Sant’Elia per visitare il santuario di Santa Maria ad Rupes.  Un posto incantevole che consiglio a tutti quelli che sentono ogni tanto il desiderio di risentire se stessi. Basta sostare in uno dei terrazzi che si affacciano  sopra la Valle Suppentonia, la profonda gola dove scorre il Fosso di Massa scavato nei millenni dai due torrenti che circondano Nepi e che poi se ne vanno verso il non lontano Tevere, dopo essersi congiunti al più famoso Treia; dall’alto se rimani ascoltare  il continuo rumore dell’acqua nascosta nella fitta boscaglia o  guardi fisso  il vicino monte Soratte,  il tempo si ferma e trovi la pace. Dal Santuario un bellissimo percorso panoramico scende costeggiando la parete tufacea e passando tra orti e vigneti e grotte si arriva all’antico monastero di Sant’Elia.

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Dopo questo invito a visitare questi luoghi trascrivo un breve libricino che va ad arricchire la storia di questo territorio. Lo scritto è completo però manca di frontespizio, per cui non so dirvi l’autore nè il titolo nè la data; presumibilmente lo possiamo intitolare: “Il miracolo di Sant’ Odilone al monastero di Sant’Elia”.

Dopo aver letto la biografia di Sant’Odilone, quinto  abate di Cluny, penso che venne in questi luoghi intorno all’ anno mille quando venne a Roma su invito dell’imperatore Ottone III per organizzare, con severità, la disciplina monastica.

Trascrizione:

 

 

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Presso la città di Nepi comincia a sprofondarsi uno scosceso ed orrido burrone, le irti pareti del quale sono grandiosi squarci di roccie, e talvolta scoscendimenti erbosi e rivestiti di folta boscaglia, nel fondo scorre precipitoso fra gli scogli, impetuoso torrente. E’ nel fondo di questa orrida valle che i discepoli del Patriarca d’Occidente eressero un cenobio sacro al profeta Elia, cenobio che per la sua posizione era adatto alla vita penitente e contemplativa. Ben presto il monastero di Sant’Elia fiorì per uomini insigni per pietà e scienza, come un Anastasio prelato della corte romana, e un Nonnoso, dal Magno Gregorio chiamati venerabili, un Maiolo eletto abate di Cluny, un abate Elia, e Bovo, e tanti e tanti chiari per ogni più eletta virtù, e celebrati per strepitosi prodigi. Quivi le veglie prolungate, le aspre penitenze, i più austeri digiuni, avevano nella Valle Suppentonia, rinnovata la deserta Tebaide. Però col dipartirsi dal cenobio tanti esempi viventi di santità, presto venne meno la primiva osservanza, poichè specialmente i monaci si ribellavano alla regola dell’astinenza dai cibi di grasso, osservanza fino allora mantenuta scrupolosamente nei monasteri Benedettini.

 

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Trovavasi in quei giorni a Roma Sant’Odilone abate e riformatore di Cluny, il quale avendo conosciuto la poca pietà e la rilasciatezza in cui vivevano i monaci di Sant’Elia, infiammato da vivo zelo fermò pensiero di ivi recarsi, e porre col suo apostolico coraggio riparo a tanta ruina. Ed infatti con un suo discepolo volse il passo alla Valle Suppentonia, ove giunto trovò vere le cose narrate. Con finto rispetto accolsero quei monaci Odilone, ben presto conoscendo delle preclari virtù onde era ornata un tanto ospite, e a qual fine si fosse recato nel loro monastero. Parole di pace, esortazioni da padre, esempi di umiltà, esattezza scrupolosa nel seguire la regola Benedettina, furono le armi con le quali Odilone combattè e vinse quei ribelli monaci. Già nel cenobio di Suppentonia ritornava quel primerio fervore, ma solamente Odilone ritrovava forte contrarietà fra quei monaci dall’astenersi dai cibi di grasso, adducendo per ragione come in quelle vicinanze vi fosse grande penuria di pesce. Non si sgomentò il santo abate a coteste pretese, ma si prosternò innanzi a Dio domandando aiuto in si grave bigno.

 

E nella quiete della notte che si compiono i più truci e sanguinosi misfatti, e l’orgia e la gozzoviglia hanno libero il freno; ma è pur vero che per le anime elette il silenzio, la quiete della notte è il tempo più opportuno per innalzare al Signore le preci più fervorose e divote: Media nocte surgebam ad confidendum Domino: Ed infatti in una notte fredda e burrascosa del verno, Odilone era prostrato nella sua povera cella dinanzi al Crocifisso Signore e con sospiri e pianti impetrava grazia di poter portare completo il trionfo sopra quei traviati, ma pur cari figliuoli. La preghiera delle anime elette s’innalza qual profumo olezzante innanzi al trono dell’Onnipotente. Sorge Odilone dalla preghiera, apre l’imposta della finestra, volge lo sguardo intorno alla solitudine alza gli occhi al cielo, e con fiducia stende la sua destra e benedice il sottostante terreno. In quel momento regna il più profondo silenzio, e mentre la neve cade a larghe falde. La Campana matutina già chiama i monaci alle consuete salmodie. Il sole sorge dietro il solitario monte Soratte già tutto bianco, e a mano a mano che si fa giorno si presenta spettacolo meraviglioso che ricorda i versi d’Orazio: “Vides, ut alta stet nive candidum Soracte, nec iam sustineant onus Silvas laborantes, geluque Flumina constiterit acuto”.

 

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Bianche le annose quercie, bianche le diffuse campagne, bianchi i scoscesi dirupi e i faticosi sentieri della Valle Suppentonia, quadro il più stupendo che mai occhio umano abbia potuto vedere.

Già i monaci sono presso a terminare i divini uffici, quando si ode un picchiare ripetuto e frequente alla porta del monastero. E’ una moltitudine di pastori che vuol entrare, e che appena dischiuso l’uscio fa udire grida altissime come sorpresa da prodigio.

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Nel Fondo della Valle a pochi passi dal cenobio si apriva larga e verdeggiante pianura, venuta come per incanto, ed in mezzo ad essa brillava un grandioso e tranquillo lago dall’acqua di argento. Accorrono stupefatti i monaci; e ben comprendono in quel prodigio il loro salutare ammaestramento. E’ inotile dire che da quel momento non solo il prodigioso lago fu ricco di pesci, vari e delicati, ma ancora il pesce s’ebbe copia nel torrente e nei vicini rivi. Odilone rimasto vincitore dello spirito ribelle nella chiesa di Sant’Elia, essendo i monaci tornati al primo vervore, scioglie al Signore l’inno del ringraziamento ed il cantico della esultanza.

Colla distruzione del monastero, sparì anche il lago, ma i buoni coloni additano anche ai nostri giorni, ai loro figliuoli, il luogo ove esso fu, e questo viene appellato contrada del lago.

 

Il torrente però e i rivi vicini da quel tempo insino a noi non hanno mai mancato di fornire in abbondanza il pesce, non solo per uso de’ terrazzani di Santelia, m’ancora per coloro che dimorano nei vicini paesi.

 

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 1, 2013 da in Uncategorized.
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